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STORIA DEL RITRATTO FOTOGRAFICO


primo autoritratto fotografico di bayard

Alla base di gran parte della fotografia ma soprattutto del ritratto vi è la verosimiglianza. Questo criterio venne messo in risalto da Bayard che realizzò una fotografia che lo ritraeva annegato (per protestare col fatto che il governo aveva trascurato le sue ricerche sul mezzo fotografico a favore di Daguerre), costruendo una vera e propria scenografia teatrale. L’autore allegò alla fotografia un epitaffio: “Questo che vedete è il cadavere di Bayard, inventore del procedimento che avete appena conosciuto. per quel che ne so, questo infaticabile ricercatore è stato occupato per circa 3 anni con la sua scoperta. Il governo, che ha fatto troppo per il signor Daguerre, ha detto di non poter far nulla per il signor Bayard, che si è gettato in acqua per la disperazione. Oh umana incostanza…! È stato all’obitorio per diversi giorni e nessuno è venuto a riconoscerlo a reclamarlo. Signore e signori, passate avanti, per non offendervi l’olfatto, avrete infatti notato che il viso e le mani di questo signore cominciano a decomporsi.”


Nel 1854 Disdéri brevettò la carte-de-visite, un procedimento di moltiplicazione di ritratti fotografici che consisteva nel realizzare sulla stessa lastra negativa al collodio quattro, sei, otto pose.

Nasce così una sorta di biglietto da visita che riscosse tanto successo poiché questa pratica riduceva di molto il costo del singolo ritratto. I biglietti fotografici venivano offerti ad amici e famigliari, spedite alle persone lontane, appese sui muri di casa o inseriti negli album di famiglia.

Oppure si acquistano direttamente dal fotografo le carte-de-visite di personaggi di rilievo, di politici e di attori.

Questi “oggetti” modificano il rapporto sociale e diffondono le immagini degli individui permettendo al pubblico di avere una visione d’insieme della società e riconoscere in essi i propri modelli di riferimento.


Si iniziò presto a richiedere la presenza del fotografo per le occasioni di rito, sia pubbliche che private per registrare il momento e fermare il ricordo.


Davanti al fotografo si arrivava con l’abito buono e gli accessori necessari per rappresentare lo status symbol a cui si apparteneva.


Intorno al 1870 la gente inizia a desiderare qualcosa di più particolare ed individuale, quindi si passa dal richiedere uno sguardo piacevole a creare pose più intriganti, a creare un rapporto diverso tra viso e corpo e cercare quel particolare unico per vincere la battaglia dell’individualità.

Questa tipologia di ritratto però, dati gli alti costi di realizzazione, era accessibile solo a pochi fortunati che ne facevano sfoggio proprio per sottolineare il loro status.


Un grande ritrattista di quei tempi fu Nadar, riscosse un’incredibile successo poiché i suoi ritratti, curati nei minimi dettagli, non venivano realizzati velocemente, ma esso aveva cura di conoscere il soggetto, studiarne le espressioni, il carattere e la personalità. I suoi ritratti erano comunicativi, nulla lasciato al caso, ogni cosa, sguardo, posizione e vestiti parlavano del soggetto.


Nella seconda metà dell’800 il ritratto si impone in tutto il mondo, nascono in tutti i borghi ed in tutte le città degli studi fotografici.

Presto si comprende che un ritratto si può realizzare anche al di fuori di uno studio.


Salomon è considerato il pioniere del fotogiornalismo, fotografò capi di stato, monarchi, famiglie reali, protagonisti e dive del suo tempo. Per lui fu coniato il termine “candid camera” per il suo modo discreto quasi invisibile di fotografare.


Henri Cartier Bresson è un altro nome cha ha fatto la storia del ritratto, fotografava le persone importanti del suo tempo ma anche gente comune da cui era attratto per qualcosa di particolare, come uno sguardo od un volto interessante.


Un lavoro simile lo fece Avedon, che viaggiando per il paese ricerca le persone che raccontino l’America, fatta di lavoro e di vita fragile.

Ricerca dettagli e particolari. Interpellato sul suo lavoro rispose: ” Cerco una nuova definizione di ritratto fotografico, cerco gente in grado di sorprendermi, colpirmi. In grado di dimostrare una bellezza agghiacciante. Una bellezza che possa spaventare a morte, fino a quando non si comprende che quella stessa terrificante bellezza è parte di noi.”


Tantissimi i nomi dei fotografi che hanno scritto e stanno scrivendo la storia della fotografia di ritratto, tra questi vorrei citare quelli che personalmente ho amato di più per l’interpretazione, il modo, l’utilizzo della luce; molto diversi da loro ma che mi danno ispirazione.


Dorothea Lange, conosciuta dai più per la sua fotografia intitolata “Migrant Mother”, realizzata durante i suoi viaggi di reportage sulla condizione dei migranti. Dorothea non rubava le fotografie, si fermava dando modo alle persone di conoscerla, di fidarsi di lei, con loro instaurava un rapporto di condivisione per poi raccontarli nelle sue fotografie. Lei diceva che “la macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza macchina fotografica”.


Steve Mc Curry famoso per il ritratto della ragazza afghana mi è i ispirazione per l’uso dei colori, fotografie di impatto narrativo molto alto. Alcuni suoi lavori sono nati grazie alla capacità di attendere il momento perfetto, di ricercare la perfezione comunicativa anche attraverso l’accostamento dei colori.


Sebastiao Salgado è un fotoreporter umanista, scatta a pellicola in bianco e nero. “La mano dell’uomo” è una grande omaggio alla condizione umana ed al lavoro. Dalle miniere d’oro del Brasile ai pozzi di petrolio, dal golfo persico, dalla Manica alle miniere di zolfo indonesiane Salgado racconta il dramma e la disperazione ma soprattutto la dignità dei lavoratori. Salgado diceva: “questa è la mia fotografia: rispettarli e mostrare una storia, sono spinto da un senso di responsabilità: io scrivo con la macchina fotografica, è la lingua che ho scelto per esprimermi e la fotografia è tutta la mia vita.” I suoi lavori sono molto comunicativi e ci narrano una realtà distante dalla nostra con uno sguardo naturale ed empatico.


Mapplethorpe è il fotografo della controcultura per antonomasia. Il suo portfolio include diversi soggetti per lo più immortalati in bianco e nero, dai ritratti delle celebrità al nudo sia maschile che femminile, alle nature morti floreali. La sua caratteristica era un bianco e nero soft molto raffinato in alto contrasto con il contenuto delle sue fotografie. Immagini scioccanti ed eleganti al tempo stesso. La grade raffinatezza la ritroviamo anche nelle fotografie dei fiori che mantengono anch’essi un incredibile tensione erotica. Mapplethorpe diede vita ad una rivoluzione estetica tutt’ora attuale.

Questi sono solo alcuni nomi della mia libreria e dall’enciclopedia di fotografi degni di nota.

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